Quando Silvio Consadori mi ha domandato al telefono di presentarlo con una mia pagina per questa “personale” alla Ponte Rosso, mi ha colto un piccolo vile sgomento, l’impulso di sottrarmi balbettando un rifiuto.

Molto, con mirabile competenza e bravura è stato detto di questo eccellente artista. Veri “maghi”, oltre che della sapienza nelle arti figurative, della scrittura, che avevo letto su di lui (Carlo Munari, Mario Ghilardi, Giannetto Valzelli, Ugo Nebbia, Claudio Toscani e altri ancora) m’inducevano a un pusillo “non possumus”, a rintanarmi nel cespuglio della mia inettitudine. Caro Silvio!

Ché quel mezzo “no” mi mortificava, mandava in polvere entro me stesso quel Castello dell’Amicizia nel quale ho sempre avuto la presunzione di aggirarmi da feudatario. Con lui poi ero unito da sporadiche ma pur calde memorie. I giocondi pranzi buraneschi con Novello, Vellani Marchi, Moreno Zoppi e altri mattacchioni del pennello e della penna nella mitica trattoria di Romano; e più una certa, bellissima copertina che molti anni fa Consadori s’era prestato a fare per un mio libretto di teatro.

Come cavarmela allora: in una misura almeno restrittiva dov’io fossi dispensato da specifiche terminologie e sensibilità nell’arte di Raffaello, di Tiepolo, di Cézanne? Giacché (qui lo confesserò) tanto è incongrua e sbussolata la mia reazione alle pittoriche meraviglie, che dopo essermi estasiato per ore a contemplare l’Assunta del Tiziano, uscendo dai Frari a Venezia, son capace poi d’incantarmi anche ai gessetti dei madonnari sul marciapiede.

Ma san Luca, caro ai pittori perché lui stesso pinse, mi suggerì una scappatoia e forse abbastanza peregrina. Far nascere cioè quella presentazione da... un altro. E chi? Ma sì, da lui stesso, Silvio Consadori. Carpirgli – ecco – le rivelazioni e i segreti, le memorie e gli “inediti” della sua lunga e vittoriosa parabola d’artista. Espugnando il suo nativo riserbo, la sua rustica e amabile scorza di bresciano solitario. Insomma – il lettore già lo avrà capito – un’intervista in piena regola.

Così, con questa ispirata alternativa, sono entrato qualche giorno fa nel suo studio. Foro Bonaparte 46. Proprio in questa strada, fra questi vecchi palazzi (vedi il gioco del caso!) mi ricordai che perlappunto ero nato mille anni or sono. E quell’“ombelicalità” topografica con la fucina del mio amico mi procurò non so quali estri e incoraggiamenti per sciogliere quel nodo. Scioglierlo vivaddio, come avevo ormai deciso, facendo parlare lui...

“Ebbene, Silvio” gli dissi d’acchito sedendo in una sala ingombra di quadri alle pareti e sul pavimento, “è un autoritratto che ti chiedo. Ma non serve il pennello, devi farmelo con le parole. Cominciamo dalle prime origini. La tua vocazione so che è stata precoce”.

“Precocissima. A sette anni conoscevo una bambina, vestita, ricordo, di rosso, e io credevo che fosse la mia fidanzata. Le regalai il disegno di una barca con su un uomo”.

“C’era quasi un tocco profetico in quell’immagine: il tuo amore per l’acqua, le barche; e quell’omino forse era già un autoritratto, come quelli che ti facesti poi, così belli e somiglianti... Ma quando passasti al colore?”

“Intorno ai dodici anni, quando conobbi un pittore a Brescia famoso, Bortolotti. Con lui scoppiò la gran febbre. Ogni domenica, coi giovani del mio gruppetto, niente divertimenti né sport o ragazze. Per molto tempo la mia ‘fidanzata’ rimase quella della barchetta. Io e gli altri amici si andava sui colli del bresciano con la cassetta dei colori”.

“E la scuola, gli studi?”

“Frequentai fino alla sesta le elementari. E finite quelle protestai piangendo che non volevo andare ad altre scuole che non fossero quelle di pittura”.

“Ci potesti andare?”

“Me ne procurai una, quanto mai irregolare e arbitraria. E la devo ai ricami di mia madre. Era rimasta vedova con tre figli, mio padre quasi non lo conobbi, morto che io ero nato da poco. Mi toccava portare le camicie ricamate da lei a quel Bortolotti. Un vecchio stravagante e burbero dai lunghi capelli, che talvolta si compiaceva di dipingere in frak”.

“Ti diede delle lezioni?”

“Tutt’altro. Era scontroso, geloso. Lasciava solo che lo sbirciassi mezzo nascosto. Finalmente un giorno, avaro com’era, mi diede un pezzo di carboncino, e non più che quello fu il suo incoraggiamento, il segno che mi riconosceva un qualche talento e mi autorizzava a stargli fra i piedi nel suo studio, anche quando non avevo da portargli le camicie della mamma. Ma bisognava passare dal pezzo di carboncino a qualche cosa di meno rudimentale. Così, io e Oscar Di Prata (pittore mio coetaneo oggi affermato), dopo aver passato le domeniche e tutte le giornate feriali a dipingere per conto nostro un po’ da ruspanti, la sera andavamo a una scuola di nudo. Ma la scuola certo più proficua fu quando ci facemmo ingaggiare, io, Di Prata e un terzo a nome Ragni, da un decoratore di chiese a Porta Trento. Lavoravamo otto ore al giorno. E’ lì che ho imparato il mestiere. L’affresco, la vetrata: cose che ci son tornate poi utili vent’anni dopo. Eravamo ragazzi; e quel buon padrone, che era anche un valido pittore, ci ammaestrava nelle fasi preparatorie: farci più bravi nel pennello, impastare i colori...”

“A bottega, insomma, come i futuri grandi dei secoli gloriosi: Giotto, Verrocchio, Beato Angelico, eccetera. Frescanti li chiamavano, se non sbaglio. E anche tu sei stato un frescante. Hai vissuto, a quanto capisco, un tirocinio aspro, instancabile, direi ascetico. Niente scapestrataggini, niente modelle tentatrici...?”

“La mia prima modella, in quegli esordi, sai chi fu? Mia mamma, la ricamatrice. E quella donnina popolana e senza cultura ha avuto anche un altro merito nel mio farmi pittore. Era sensibile, per istinto, alle cose belle. E di domenica portava me bambino nei musei, alla pinacoteca Martinengo di Brescia”.

Dopo questa primizia sulla tua mamma, vorrei ora sentire qualcosa sui personaggi che più hanno inciso nella tua vita. Grandi e minori, sacri e profani, anche al di fuori dell’ambito artistico.

Ma lui subito vuole mettere come capofila un uomo d’arte. Pure pittore ma soprattutto benemerito d’intraprese artistiche. Mi parla con calore d’ammirazione e gratitudine di Dandolo Bellini. La creazione da parte di costui dei Musei Vaticani (sessantasei sale), sotto il patrocinio di papa Montini e di don Macchi; della Galleria d’arte sacra a Villa Clerici di Niguarda; poi, ad Assisi, quella della Pro Civitate Cristiana. Ma anche l’apologia del Bellini, che capisco essere per lui quasi un nume, non esula dai toni bonari e rauchi del suo conversare: “E’ quell’ometto lì che ha fatto tutte queste cose...”

“E con Paolo VI, come ti è andata?”

“L’allacciamento è stato, direi, casuale. Ebbe inizio quando, essendo Montini arcivescovo di Milano, mi commissionarono una pala d’altare per la basilica delle Grazie. Si trattava di rappresentare Martino di Porres, quel santo peruviano patrono, oltre che dei barbieri, di tutti gli animali selvatici della giungla sudamericana. Quanti parrucchieri son venuti da tutta Italia a tenermi d’occhio, mentre m’inventavo quel santo dalla pelle creola in preghiera davanti al crocifisso e che feci sollevato in aria senza che la coda del vestito ciondoli in basso per la legge di gravità! E sullo sfondo ci sono i frati, col ritratto di quel priore domenicano di cui ho dimenticato il nome, che sovrintendeva all’opera. La quale – se ti capita di entrare alle Grazie – ce la trovi e per me resta un’occasione di disagio...”

“Perché?”

“Ma perché lì appresso domina, anche se un po’ scolorito, un certo Leonardo... All’arcivescovo però, che venne all’inaugurazione, la mia pala non dispiacque”.

“E il tuo rapporto personale con Paolo VI papa, come è poi continuato?”

“Mi chiamò a Roma per degli affreschi nella chiesa degli Svizzeri. Con me c’erano Carpi e Longaretti. Un giorno, stavo facendo dei ritocchi ma era domenica. E ricordo che lui mi sgridò perché lavoravo in giorno festivo. Quando mi beccò un’altra volta in quell’infrazione, dalla finestra che stava a perpendicolo sul posto dove spennellavo, si accontentò di farmi col dito alzato un benigno gesto di rimprovero. C’era invece il comandante delle guardie svizzere, che non era altrettanto indulgente. “Lei, mi disse burbero, dà il cattivo esempio ai miei soldati a lavorare di domenica!” E scrisse addirittura una lettera di protesta al papa. Davvero terribile quel caporione! Quando gli ho chiesto a prestito un elmo perché dovevo dipingere le guardie addormentate di fianco a Gesù che risorge, dopo ch’ebbe visto la scena m’ingiunse di cancellare gli elmi, perché, disse fiero, i suoi soldati non erano uomini da farsi cogliere nel sonno”.

“E tu che cosa hai fatto?”

“L’ho gabbato, cancellando solo a tempera. Così che ormai la tempera se ne sarà andata e ricompaiono i miei censurati cimieri”.

Consadori si diverte a rivivere ad alta voce quegli aneddoti, si abbandona alle memorie con ingenuità ragazzesca. Ne ha ancora una in serbo, di stampo pontificio.

“Il mio rapporto con Montini si è concluso ahimè con una gaffe. Quando mi consegnò la commenda di S. Gregorio Magno mi diede anche un libro. Il libro lo misi in valigia, ma giunto alla stazione m’accorsi che la commenda era rimasta sul tavolo del papa. Confusione, vergogna, senso di colpa... Ma me ne solleva don Macchi, cui mi precipito a telefonare e dal quale apprendo che Paolo VI, così parco di risate, quella volta si è divertito sino all’ilarità”.

“Ti avrà innalzato in quell’ora sugli altari dei disinteressati, dei rarissimi snobbatori di onorificenze, di cui i più tanto sono avidi…”

“O forse solo su quelli dei balordi” postilla lui sorridendo.

“Torniamo a cose serie. Dimmi adesso dei tuoi modelli: i maestri della grande pittura che più ti hanno colpito, a cui ti sei rifatto”.

“Per me di certo Masaccio. E’ il meno teatrale, mai esibizionista, è contenuto. Anche Piero della Francesca è grande; ma era – come dirti? – troppo matematico, ci si sente il calcolo. Masaccio invece è tutto vero, così forte di autenticità umana nelle sue figure. Quando uscivo dall’aver visto una sua tavola, a Roma o a Firenze, e trovavo un mendicante sulla gradinata della chiesa, dicevo: “Ma quest chì l’è... quell là, il modello del quadro”. Riconoscevo in quella creatura viva il soggetto che l’artista di Valdarno aveva avuto sotto i pennelli cinquecento anni prima. La Madonna Assunta di Tiziano invece – bellissima certo – per strada non la incontri”.

“E salendo nei secoli, i grandi pittori alle nostre spalle?”

“Vedi, qui ho qualche rammarico, potrei addirittura chiamarlo rimorso”.

“Perché?”

“Mi riferisco ai francesi, a Parigi. Dove sono approdato già giovanissimo, nel 1931. Vi ho passato qualche anno, avevo una borsa di studio di cinquecento lire al mese e mi servivano per pagare la camera”.

“Eri solo?”

“No, là avevo una morosetta. Una francese della mia stessa età”.

“Facevi la bohème...”

“La fame facevo. Ma devo dire, facendoti la mia storia, che sono stati anni persi”.

“Perché?”

“I Cézanne, i Matisse e Manet e Corot allora non li ho capiti. E dopo di quelli, neppure Picasso. Ero rimasto un padano, un bresciano. Lasciai Parigi come quando ci ero arrivato, senza aver imbarcato niente. Certo se avessi frequentato gli ambienti d’avanguardia (ma mi preoccupavo allora soltanto di riuscire a campare) la mia pittura sarebbe stata orientata in forme più attuali. Perché l’Impressionismo è stato un po’ l’atomica della pittura, una vera rivoluzione. Prima, al di qua delle Alpi si dipingeva col bitume... C’erano stati, sì, un Mosè Bianchi, il nostro Pellizza da Volpedo (puntinisti, divisionisti, come li vuoi chiamare); e Segantini, che fu il primo a ‘capire’. Io invece sono stato l’ultimo. Però negli anni successivi, della maturità, quasi a riparazione di quel mancato amore mi sono innamorato di Parigi, di quei messaggi pittorici. Da mezzo secolo torno nella Ville Lumière ogni anno, per comprendere quello che allora non avevo compreso. Ma ho paura che sia un po’ tardi...”

Mentre così lui parla, mi rendo conto di come quella sua confessione e autoaccusa gli faccia onore, innalzi ai nostri occhi la sua figura d’uomo.

“E dei contemporanei? Chi hai sentito più ‘tuo’, più persuasivo per il tuo mestiere?”

“Carrà e Sironi, direi, mi conquistarono subito. Il primo per la poesia, il secondo per la compositiva. Avrei dovuto frequentarli. Invece ne avevo quasi paura e andavo a vederli di nascosto”.

“Dunque sempre fuori dalle avanguardie. E a proposito: come e perché ti sei tenuto estraneo agli sperimentalismi, e alle mode culturali del tempo?”

“Che risponderti? Credo, perché ho sempre avuto un grande amore per la materia, ma volgendola poi al servizio del personaggio umano, del mondo delle creature e dei luoghi. Anch’io, se vuoi saperlo, ho vinto un premio alla biennale di Venezia col Marziano, una figura quasi astratta. Non più però che uno sfizio, un divertissement. Ero troppo ancorato al mio mestiere di ‘magütt’, alla realtà delle cose che si propongono ai sensi e all’anima”.

“Dentro questa coerenza e fedeltà a te stesso, qual è stata, ti domando, l’occasione della tua carriera che più ti ha appagato. Intendo come riconoscimenti, soddisfazioni, magari al di là di quello che avevi prodotto”.

“Ho avuto commissioni importanti. In Vaticano, in chiese romane; in Umbria, più precisamente a Cascia dove lavorai con Ferrazzi, Filocamo, Manzù e Pellini. Cicli di grandiosi affreschi che mi hanno affidato. Ma non saprei indicarti un punto zenit della mia carriera. La soddisfazione, l’appagamento, come tu dici, non mi son mai venuti da questa o quella committenza, o dai premi…”

“Lascia però che quei premi io li ricordi – lo interrompo – dato che tu non lo faresti certo: il Canonica e il Miljus, tutti e due milanesi”

“...né da una mostra” prosegue Consadori, “giacché non ne ho mai fatte”.

“Spiegati”.

“Le personali intendo. Ne avevo riluttanza. Di regola, ho sempre avuto rapporti diretti con amatori e collezionisti”.

“Allora si può dire, con una notizia abbastanza paradossale: ‘la tua prima mostra volontaria a ottantatré anni…’?A testimonianza della tua vita appartata e schiva, della tua ben nota modestia”.

“Ma anche in questo caso, contrario come sono alle esibizioni, non voglio superare i trenta quadri. Intendo fare la mostra a modo mio, non con concetti mercantili. Sicché” riprende dopo una breve, pensosa pausa, “per rispondere alla tua domanda di poco fa, ti dirò che i premi, le soddisfazioni più vere mi son venuti, di volta in volta, dallo staccarmi di qualche passo dal lavoro a opera compiuta, come fa il buon pittore, deposti i pennelli; e trovare che ‘andava bene’ e che ciò corrispondeva sufficientemente a quanto mi ero proposto e ci si aspettava da me”.

“Ti chiedevo degli appagamenti. Ma adesso, a parte queste implicazioni con la pittura, vorrei mi dicessi se psicologicamente, interiormente – e anche in base alle vicende che ti sono toccate, personali, famigliari – tu il tuo bilancio d’uomo lo fai all’attivo. Se cioè prevale in te oggi la soddisfazione di essere nato, la gioia insomma; o invece la disillusione, il dolore”.

“Oh, io mi dichiaro fortunato, quando al mattino vengo qui e prendo in mano il pennello. E’ questo un dono che non merito, ma ce l’ho”.

“Dunque tu tiri le somme sempre in relazione al fatto professionale, artistico. Anche se dalla famiglia, dai domestici affetti hai avuto, a quanto sappiamo, conforti, soddisfazioni...”

“Sicuramente. Ma – vedi – in fondo io sono sempre rimasto uno scapolone. Tanto tempo via: tra Roma, Parigi, l’Europa. Solo tardi ho cominciato a viaggiare con mia moglie. Sempre uno spirito libero sono stato. L’unico punto fisso, il riferimento, è stata sempre la pittura”.

Incasso questa risposta alquanto elusiva, dove l’amico prontamente ha sterzato da un sottosuolo autobiografico in cui volevo catturarlo, per tornare alla sua perpetua, irrinunciabile matrice: l’esser pittore; e fare su questo privilegio il positivo compendio di un’intera vita.

“Sei considerato – gli dico allora rientrando nel tema che più gli sta a cuore – un pittore ‘sacro’, un alfiere dell’arte religiosa. Ricordo le tue vetrate sulle terrazze del Vaticano; quegli affreschi – gigantesca e mirabile fatica – nei santuari di Roma, di Cascia, di Oropa, di Busto Arsizio. E poi nei quadri quanti Cristi e volti di Lui, scene evangeliche; soprattutto i tuoi Emmaus col Risorto fra i due discepoli, di una struggente, pacata forza. E’ certo la tua fede a spingerti in quei soggetti...”

“Non mi reputo un grande credente, non davvero un mistico. Il mio cristianesimo va poco oltre il segno di croce serale, che non manco mai di fare nel ricordo di mia moglie. Certo a modo mio, disordinatamente, ho sempre creduto. Ma è il pennello, penso che ha dentro quei richiami, quella volontà devota che tu chiami fede. E fa irresistibilmente le sue scelte”.

Tutto in lui passa dunque attraverso l’opera dei segni e dei colori, in essa ha la sua radice. E tento allora, mentre mi soffermo sui quadri sparsi in giro, di carpirgli i segreti di quest’operazione così materica e ineffabile insieme. Gli chiedo come gli si snoda nella mano il disegno e se entro quelle figure già lui preveda il colore; come gli è venuta (vado indicando col dito) la scelta di quel cielo, delle tinte per quelle vesti; e come in quel modo la caduta di Cristo, o quell’ombra lunga dietro la schiena di Cleofa. Mi accorgo di rivolgergli domande insensate, dove la mia presunzione d’intervistatore, la mia stessa dimestichezza d’amico non troveranno valide risposte. Vedo il suo bel profilo di astóre farsi benignamente ironico. “Io stesso” mi dice infatti “non riesco a capire se ho l’‘ispirazione’, o come nasce”.

A questo punto, avviandomi alla conclusione, ancora lo provoco con un interrogativo che vorrebbe sgusciarlo da quel suo salutare “mal di pennello”. “Qual è, chiedo, la persona che hai amato di più, la creatura senza la quale non ti era concepibile la vita?”

Lo dico per riallacciarmi a lui con un linguaggio alla pari, di comuni e universali valori. Consadori indugia per qualche attimo. Forse vorrebbe eludere questa domanda indiscreta e fuori bersaglio. Poi sobriamente, con frettoloso pudore, nomina la madre (la sua prima modella...), la cara compagna recentemente perduta, i figli, qualche raro amico. Ma non elegge un personaggio ‘assoluto’. E subito, quasi infastidito da quella deviazione nei sentimenti e ritrovando una spigliata eloquenza, torna a tessere parole che alla pittura – a questo suo ‘vizio’ sublime – attengono. Mi parla di un luogo, di un paesaggio con figure: Burano.

“E perché non Venezia?”

“Vedi, se vai a Venezia ti senti dire: “vai dalla Signora?...” Sì, Venezia, con la sua architettura così nobile, mi mette soggezione. Così ho scelto Burano”.

“E Burano come l’hai scoperta?”

“Ero a Venezia, ma non mi ci sentivo pienamente a mio agio. Un giorno il pittore Enzo Morelli el m’ha dì: “ma vai a Burano!” Mi ricordo che erano le undici del mattino. Io sbarco là e trovo Semeghini, Vellani Marchi e Novello. Mi vedono e mi dicono: “fermati qua”. Ero giovanissimo. Mi hanno accolto bene. Romano mi ha detto: “Vuoi restare qua? Ti do io la camera.” Sono andato a Venezia a prendere la valigia, e non ci sono più tornato”.

“Ma tu – insorgo da vecchio ambrosiano – hai pure una grossa radice, una bella stagionatura qui sotto la Madonnina. Tanti anni di cavalletto in questo invidiabile studio, all’ombra del Castello Sforzesco, e da cui sono uscite centinaia di tuoi quadri. La tua cattedra di professore a Brera dove hai avuto colleghi, oltre me, Carpi, Funi, Usellini...”

“Certo, Milano mi ha incoraggiato, dato fiducia e lavoro. Da alcuni anni poi per me il “punto saldo” di questa città è la Galleria Ponte Rosso creata dagli amici Consonni, ed è lì che la mia pittura in quest’ultimo ventennio ha trovato spazio e l’apprezzamento di molti. Devo a loro, alla loro insistenza se interrompendo la mia lunga latitanza espositiva ho acconsentito ad allestire questa mostra personale. Una mostra come già ti ho detto un po’ speciale, che forse rivelerà ad amici ed estimatori un aspetto, se non inedito, certamente meno noto del mio lavoro. Ma ultimamente, stanco di peregrinare, svogliato dalla fatica di risalir sui ponteggi per raggiungere le volte da affrescare, non faccio che sognare i miei sbarchi su quel borgo della laguna che più amo: con le sue case umili color pastello, la gente povera, gli ubriaconi. Ma anche le ombre care e gloriose d’incancellabili amici: Vellani Marchi, Novello, Dalla Zorza, Semeghini, Palazzi, Vergani... Là da Romano, a quattro passi dalla casetta che ho messo insieme; al tavolo da pranzo ho il cassetto con la chiave, la lampadina, l’album, le matite. Tiro fuori il mio album e fra una portata e l’altra disegno. Faccio ritratti improvvisati a chi mi è vicino, alzate di frutta... Quello che capita”.

Burano, oh Burano... Eppure Consadori non è uno dei molti e benemeriti ‘buranelli’ che pullulano coi loro cavalletti in questo seducente villaggio. I suoi orizzonti sono stati larghi ed europei, ben ricordiamo che magistralmente si è misurato con gl’imprendibili nordici scorci di Leningrado, col pathos delle coste olandesi e il mistero spettrale di quelle bretoni; che ha dipinto in Francia e in Grecia, la Roma dei papi, i fiumi padani. Tuttavia dopo tanto vagabondare e svariare, per lui Burano resterà più che un ‘soggetto’, un colore, un brivido di luci fra acqua e pietre. Sarà un archetipo irrinunciabile, tenero e forte. Forse quell’isolina che sporge tra barene e gabbianelle, la sua casa tra pescatori e merlettaie gli è quella che Rabelais chiama la substantifique moelle: il midollo dell’anima, l’indistruttibile ‘mito’ da cui l’uomo cava il suo tutto che conta.

La locanda di Emmaus (il soggetto forse preferito e più ripetuto nei suoi quadri) non è infatti in Palestina. E’ qui, negli angiporti, fra i vicoletti i ponti e le vele di questa terricciola lagunare. Dove Consadori si aggira da cinquant’anni; e più convinto adesso che ‘si fa sera’ (vesperascit...). Ma la sua è una sera luminosa e benigna. Perché per un artista il vespro contiene sempre i gaudiosi colori della sua tavolozza, è ancora una promessa. E noi ci auguriamo che quella promessa il nostro Silvio voglia mantenerla. Per lui e per noi; per la nostra pittura: sacra e profana.

Luigi Santucci
MAL DI PITTURA
Intervista a Silvio Consadori
in Consadori, Milano, Galleria d'Arte Ponte Rosso, 1993

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