Non è passato un anno da quando sulle colonne di “Arte” chiedevo una giusta con­siderazione storica per Silvio Consadori, un pittore che ai suoi tempi ha avuto del resto un posto rilevante tra quelli che negli anni trenta venivano detti “gli artisti di Bagutta”, dalla famosa trattoria milanese che bandì i primi premi letterari di vasta promozione decretati da un consorzio di letterati e artisti che la frequentavano; poi Consadori si appartò tra quelli che, per il loro amore per il paesaggio di quel­l’isola veneziana, vennero chiamati “i pittori di Burano”. Consadori è presentato soprattutto come paesista, che è stata la sua attività principale ma si ricorda che Consadori è stato anche un pittore di composizioni di figura, che ha fatto notevo­li affreschi di arte sacra e che ha dipinto delle belle nature morte, segno della sua visione larga, non limitata ad un tema e della sua capacità di adoperare le più va­rie tecniche, oltre la pittura a olio.

Questa considerazione non riguarda soltanto il riconoscimento della versatilità di Consadori, concerne anche la sua pittura di paesaggio che non è estempora­nea ma raccoglie il senso della struttura che è propria dell’arte impostata sui va­lori della composizione. Chi guarda i suoi paesaggi si accorge subito che Consa­dori non gioca col momento felice ma intende dare al motivo un valore assoluto, aldilà del gusto dell’occasione. Si vedano infatti, oltre ai più conosciuti paesaggi buranelli, le suggestive immagini di luoghi bretoni che egli ha dipinto nella piena maturità. Il colore è padrone della struttura, i rapporti tra fiordo, mare e terra non hanno più nulla del pittoresco che è insito nei pittori viaggiatori, commossi dalla novità del motivo: un tetto di ardesia, una barca rossa, una spiaggia, uno scoglio sono sempre in funzione di una struttura unitaria che salva il paesaggio dalla fri­volezza naturalistica del dilettante. La visione è grande e ci richiama quella dei maestri di Pont Aven, filtrata attraverso la lezione di Cézanne, oltre l’atomizza­zione postimpressionista.

Mi soffermo su questi paesaggi bretoni non soltanto perché sono di una certa no­vità nell’abituale considerazione dell’arte di Consadori, non solo perché sono il segno della volontà di questo pittore di conoscere paesi nuovi, l’Olanda per esempio, di avere emozioni diverse da quelle di casa ma anche per capire quan­to il pittore abbia sentito una sua parentela con la gente che vive ai margini del mare, quel loro ripararsi nel segreto di un porticciolo, di una casa angusta come per resistere all’immensità paurosa delle maree ed al dilagare della sordità impla­cabile delle acque.

Perciò non possiamo, non dobbiamo considerare Consadori un novecentista di seconda ondata, un epigono del formalismo novecentesco. La sua forma, che è stata generata con ottimi impianti dal novecentismo di Carrà, è tuttavia in fun­zione di contenuti diversi, più umani sia quando dipinge un inverno in Riviera col marinaio infagottato che fa da scuro contrappunto con la tragica immanen­za del monte che chiude l’orizzonte sia quando si libera dal mistero della vita nei rii solari dell’isola di Burano.

Questa duplice natura di Consadori lo porta da un lato a raffigurare un paesag­gio di neve con tutto l’incubo, vorrei dire la visione tragica, di un tempo d’in­verno, nevicate intime con tutta la malinconia della natura gelata, interrotto dalle masse oscure dei monti e degli alberi; dall’altro lo libera in festose campa­gne con case colorate immerse nella gloria degli alberi a primavera o nelle variopinte immagini delle case buranelle pezzate di tinte chiare lavate dalla pioggia o calcinate dal sole. Tale duplice disposizione verso le vicende della natura sono una conferma della lontananza di Consadori dalla poetica del postimpressionismo e sono l’indizio di una meditazione profonda del pittore sulle cose che vede e che rielabora in lunghe giornate di studio.

[...] Siamo ormai abituati a considerare valida l’arte contemporanea se essa con­tiene qualche cosa di malato, come una conferma della malattia della società. La storia comincia dalla deformazione espressionistica che si considera conna­turata al moderno. Da ciò sembrano liberarsi soltanto le forme astratte che sono il pronto soccorso dalla malattia contemporanea della visione. E così si nascon­de la verità, la presenza di tanti buoni artisti che hanno dedicato la loro vita a comporre la poesia suggerita dalle cose reali, dal ripensamento della natura. Essi, come Consadori, in un tempo come questo, hanno trascorso la vita lavo­rando con la sola consolazione di una stima diffusa tuttavia sempre al di fuori della critica “che conta”, di quella aggiornata, che non sa dire nulla di artisti che operano senza gli schemi della contemporaneità.

Raffaele De Grada
GIUSTIZIA STORICA PER SILVIO CONSADORI
Ed. Galleria d'Arte Ponte Rosso, 1995

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